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hanno scritto di Artemisia

  • Prof.ssa Gabriella Ferri Piccaluga – Docente di storia dell’arte al Politecnico di Milano
  • Prof.ssa Luisa Erba – Docente di storia dell’architettura presso l’università di Pavia
  • Prof. Stefano Fugazza – Direttore della Galleria Nazionale d’ Arte Moderna Ricci-Oddi, Piacenza
  • Italo Siboni – Giornalista
  • Dott. Giorgio Seveso – Critico d’arte
  • Dott. Pierangela Fiorani – “La Rebubblica”
  • Dott. Renato Vassallo -” Il Giorno”
  • Dott.ssa Mariella Ravasi – “Il Popolo Cattolico”
  • Dott. Fabrizio Tassi – “Libertà”
  • Dott. Walter Burinato – “Il Cittadino”
  • Dott.ssa Tiziana Pisati – “La Libertà”
  • Dott. Eugenio Stevan – “La Libertà”
  • Federica Dafarra – “L’Informatore”
  • Dott. Emanuela Bonadeo – Critico d’Arte
  • Dott.ssa Martina Corgnati – Critico d’arte
  • Dott.ssa Francesca Pensa – Critico d’arte
  • Prof.ssa Cristina Muccioli – Critica d’arte e docente di Etica della comunicazione presso l’Accademia di   belle Arti di Brera.
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1993. Tra le interpretazioni possibili alla denominazione che i gruppo “Artemisia” ha scelto, individuando un modello ideale di impegno nella figlia del più famoso Orazio Gentileschi, solo recentemente (e non a caso ) rivalutata ira i protagonisti della pittura seicentesca, la prima e certamente la più facile e ovvia è quella di un messaggio femminista: da intendere, così mi pare, non nel senso di una posizione politica ma piuttosto come auto-presentazione, quasi anagrafica, e insieme come dichiarazione di intenti.

Sono infatti cinque giovani donne le componenti del gruppo, che accoglie al suo interno un’altra coetanea al momento non ancora assimilata in forma istituzionale”, esterna al gruppo ma non alle vicende che hanno portato alla sua creazione; tutte comunque determinate a lasciare spazio, insieme ai compiti che spettano alla donna attiva nel mondo del lavoro e nella famiglia, alla proprie passioni intellettuali e artistiche, al bisogno di creatività, di espressione e di comunicazione. Ma un’altra ragione giustifica l’esistenza stessa del gruppo e la sua compattezza, maturata nel corso degli anni e fondata sull’affinità di interessi e sulla compartecipazione a comuni esperienze. Pressoché tutte le giovani artiste che presentano le loro opere in questa mostra hanno in comune la loro prima formazione:ia scelta del corso di studi, il liceo artistico, e il legame con uno in particolare dei docenti ai quali era affidato l’insegnamento delle materie artistiche, il pittore Luigi Lomanto. Un legame che è nato dalla fascinazione del metodo di insegnamento e soprattutto dell’entusiasmo e della convinzione che lo animano; non conchiuso con la fine del corso scolastico, ma ripreso in seguito, dopo un’interruzione dovuta a vicende personali diverse, come recupero di una guida mai sostituita e come bisogno di un’esperienza che era necessario portare a maturazione. Nasce così un sodalizio di amici, con presenze peraltro non soltanto femminili, come occasione di approfondimento delle tecniche del disegno e della pittura ad olio, ma nello stesso tempo occasione di dibattito e di confronto di idee e di sperimentazione del linguaggio figurativo. Piccole composizioni costruite con materiali diversi, paesaggi immaginari e statue povere di carta corrugata, di iuta o di tessuti a disegni e colori esotici drappeggiati intorno ad un sostegno di filo di ferro, cortecce d’albero, minerali e conchiglie sono le fantasiose “nature morte” i modelli sui quali sperimentare la costruzione dello spazio, la qualità della luce e delle tonalità del colore; per passare poi allo studio dell’anatomia, del nudo o ” dal naturale” sulla modella in posa nello studio. Ma sono anche i momenti di soggettiva interpretazione e di personale rielaborazione della tecnica e dello spirito delle grandi opere del passato, e soprattutto dell’età rinascimentale, e della cultura figurativa moderna, costantemente proposte ad uno studio attento e ad una profonda comprensione. Se è riconoscibile il segno di un apprendistato comune e anche della convinta adesione ad una proposta culturale forte e autorevole ma sempre attenta a promuovere l’autonomia interpretativa e l’individualità espressiva, nelle opere che le giovani pittrici presentano in forma di una piccola antologia della loro produzione è altrettanto evidente il segno delle singole personalità e delle singole esperienze dei temperamenti e delle sensibilità peculiari.

Gabriella Ferri Piccaluga

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Enérgheia di Artemisia

Artemisia è un singularia tantum, un nome proprio che si usa solo al singolare anche quando, come in questo caso, racchiude e denota cinque pittrici: Francesca Bruni, Rita Carelli Feri, Renata Ferrari, Pea Trolli, Emanuela Volpe. Sono artiste legate dalla stessa postura morale, innanzitutto, che è quella della condivisione, degli spazi e delle idee, degli oneri e degli onori, e dalla stessa passione inossidabile per la figura: il corpo non svanisce mai dalla loro pittura materica e ricca di pigmento, o rarefatta e leggera quanto meticolosa, essenziale e precisa, sperimentale e innovativa.

Ai progetti – è ormai una preziosità da segnalare – dedicano pensiero, ben lungi dall’essere il contrario dell’azione: scartano e aggiungono del nuovo prima di contemplare la possibilità del riutilizzo di opere già realizzate. Sono energiche.

“Energia” è una parola chiave che ispira e motiva la manifestazione dell’EXPO 2015 (Nutrire il pianeta. Energia per la vita) e merita di essere riconsiderata con riguardo in relazione con l’arte. Aristotele inventò, letteralmente, questo termine, Energheia, mutuandolo da ergon, lavoro, opera. Per il filosofo greco l’energia non era una cosa determinata, qualcosa di semplicemente presente e percepibile, bensì di effettivo, in grado di provocare effetti. L’energia è al lavoro, è nel lavoro, così come l’opera d’arte è sempre all’opera perché genera e produce effetti, emozioni, sensazioni e riflessioni.

Ogni pittrice di Artemisia ha declinato in modo personale e riconoscibile la proposta tematica di EXPO, più insidiosa di quanto non sembri. Invita infatti a interrogarsi sulla necessità di produrre nutrimento, accadimento, per il pianeta che ha sempre nutrito e sostentato noi, che lo abbiamo però sfruttato senza scrupoli con spirito predatorio. Le risorse sono oggi risicate, insufficienti a sfamarci, benché la considerazione possa sembrare indulgere al catastrofismo facile nel nostro Occidente in crisi, certo, ma non ridotto in miseria. Siamo chiamati a una presa di coscienza responsabile, capace cioè di dare risposte nuove a problemi cronicizzati e quanto mai acuti.

La Madre Terra ci diventa figlia, chiede tutela, conforto, riparazione. La femminilità del mondo naturale, del mondo tutto potremmo anche dire, è un archetipo della più profonda delle psicologie collettive, nato dalla meraviglia per la generazione spontanea di frutti e cacciagione con cui i nostri lontani antenati, raccoglitori e cacciatori erratici, vi si rivolgevano con l’immaginazione, con la rappresentazione, con i riti e con le prassi quotidiane che assicuravano la sopravvivenza. La donna, come l’uomo, è mortale. La donna però genera, dà la vita, ne è gravida, la mette al mondo appunto, la offre al mondo superando la caducità dell’esistenza. Con la stanzialità, avvenuta non più di dieci, undicimila anni fa al massimo, l’essere umano ha appreso a coltivare la terra, procurandosi con il lavoro le proprie provviste, invece che raccogliendole semplicemente da un luogo finché aveva da offrirne, per poi lasciarlo alla propria rigenerazione.

Rita Carelli Feri recupera e rivisita questo momento di svolta, fondativo per la comunità che di lì a poco diventerà cittadina, statale, vita organizzata e legata a uno spazio. Sulle sue tavole lignee, omaggio alla più antica tradizione pittorica europea prima del tardivo avvento rinascimentale della tela, Rita disegna con un tratto botticelliano, delicatissimo ma nitido, volti bambini, giovani donne con i piccoli al seno, contadini festosi dopo la vendemmia, agricoltori nei campi a coltivare con pochi, semplici mezzi pomodori e patate, ragazzi con i cappelli a pagoda intenti alla raccolta del riso. Pochi tocchi, dettagli non insistiti a ricordarci che il riso, per esempio, diventato piatto tipico di tanta cucina italiana, viene dall’Oriente, cui siamo debitori. Quella di Rita è una pittura celebrativa, senza enfasi ma convintamente  commemorativa di una vita sintonica, armonica con i ritmi di una terra che è madre fecondata dal lavoro dell’uomo. Non dalla predazione scriteriata, ma dal lavoro. Sono felici i suoi personaggi, anzi le persone che pazientemente, certosinamente la pittrice affresca a secco. “Felicità” è enèrgheia per l’autrice, è quella forza che trasforma un campo in cibo, rispettosa di entrambi. La radice della parola felicità, il sanscrito Fe, è all’origine di fecunditas (della terra fertile), di felo (allatto), di ferax (della terra buona e ricca da coltivare), di femina (in quanto genera), di filius per variazione fonetica (il figlio, il frutto), e di felix: dell’annata buona.

Feconda, felice, generosa, vitale, la pittura di Renata Ferrari ritrae donne nude, non svestite. Fa differenza assoluta. Non c’è alcun ammiccamento al potere seduttivo né tantomeno banalmente osceno e provocatorio del corpo femminile stremato dalla fatica di apparire perfetto secondo le mode e i modelli del momento, ossessionato dall’imperativo tutto nuovo del godimento a ogni costo, per cui il piacere è un dovere cui ottemperare coatti, caricaturali, servili, straniati. Le donne di Renata hanno sedi floridi, non gonfiati, fianchi morbidi a coronare il bacino -muro di cinta della prima culla dell’uomo-. “Stanno” al mondo, non “sono” semplicemente al mondo, nella loro, direbbe M. Heidegger, casuale gettatezza, capitate per caso. Occupano il loro spazio con consapevole quiete, e una sorta di dolce assertività: non si può ignorarle, aggirarle, marginalizzarle, perché si pongono al centro di uno spazio che sembra emanare proprio da loro, come acceso riverbero cromatico. Anche sole, come le dipinge sempre Renata nella sua energetica messa a fuoco, queste donne sono fortemente relazionali. Lo dice la loro postura, mai ieratica né totemica. Sdraiate, sedute con le gambe a fare da naturale, elegantissimo sipario, appoggiate pensose al palmo della mano, rinunciano a quella verticalità fiera proprio dell’uomo guerriero, e si fanno emblema dell’accoglienza, della disposizione all’affetto, incline (piegata) alla cura dell’altro.

Pea Trolli svela, di ogni corpo all’opera, la sua architettura originaria, la sua struttura portante e importante. Un semicerchio a disegnare la calotta cranica, un angolo acuto a fermare il gomito del violinista mentre suona, una piccola “c”  a schiudere una bocca, un tratto di semiretta morbida a dividere, con il naso, il volto in due campiture, i lati obliqui di un trapezio a scontornare un busto, due puntini a identificare gli occhi, ma ecco il miracolo del tratto: sono punti, e sono espressivi. E ancora, frammenti esaustivi di cerchi, segmenti, vettori e cupole, scheletri perimetrali di figure che insieme compongono il suo personalissimo alfabeto espressivo, la sintassi compositiva di chi, padroneggiando senza alcuna velleità esibizionistica l’arte del costruire, restituisce con grazia la leggerezza di una decostruzione alla ricerca dell’essenza strutturale di un corpo in azione mentre interpreta ed esegue un brano musicale, oppure quando, concentrato, medita, immagina, fantastica, prova a distrarsi mentre posa, malcelando un misto di attesa febbrile e di sorpresa, per lo stesso fatto di essere sul punto di diventare opera, opera d’arte. Le linee di Pea, nella loro esilità e rastremazione perentoria, senza sbavo né sfumatura, ispessimento o calco, separano l’essere dal nulla. Rimandano alla nostra fragilità e insieme alla nostra indelebile unicità.

Francesca Bruni è l’enèrgheia aristotelica per antonomasia. Qualsiasi materiale per lei è “potenza” pronto per essere trasformato in supporto “in atto”. La tela, un foglio di alluminio rubato alla consuetudine domestica, una lastra di plexiglass vinta nella sua indifferente impermeabilità dal colore a olio, oggi quasi dimenticato a favore dell’acrilico. Forte della tradizione, degli insegnamenti accademici più severi che non rinnega, come le amiche di Artemisia, Francesca si fa carico del nuovo con grande inventiva. “Inventa” i materiali, letteralmente cioé li trova, tra ciò che la circonda pensato per altri scopi e funzioni. Decontestualizza e ricontestualizza visionariamente pennelli alla mano, coglie i paesaggi che sono rimasti senza cantori, spiaggiati nel disinteresse collettivo. Pannelli solari in fila su un tetto si inseguono ordinati, corsari, come le rotaie di un treno. Sono brillanti, golosi della luce che, catturata, restituiscono in bagliori cangianti. Le canalizzazioni dei soffioni boraciferi in Toscana non sono mero ingombro di rigonfie tubazioni che serpeggiano sul suolo mosso, collinare. Trasformano l’ambiente in un uno spazio sospeso, lunare e abitato, immerso in fumigazioni intense e non nocive. Cirri di memoria tizianesca bianco latte e bianco vitreo imponenti e soffici al contempo, si addensano a ombreggiare rintocchi di luce argentea, a popolare fantasmaticamente zolle brune che sonnolente covano calore, gorgoglii di una profondità tellurica laboriosa, sbuffante, visibile in superficie con una cascata gassosa antigravitazionale.

Emanuela Volpe coglie, citando Ernest Kallir, il disegno del segno. Ogni segno calligrafico ha una forma che le conferisce corpo, e come noto anche alla grafica, carattere, esattamente come un individuo. Del corpo linguistico Emanuela scopre la potenza comunicativa per addizione, sovrapposizione, fusione. Non confusione, ma fusione. Locus amenus dell’espressività poetica e dei suoi versi precisi, insostituibili come l’oggetto d’amore per l’amante, il supporto pittorico dell’artista diventa pagina, ma la pagina originaria diventa tela, e la scrittura si fa pura immagine. La citazione poetica viene riscritta, ripetuta infinite volte fino a diventare illeggibile, per consentire la lettura di una figura: un cuore rosso fuoco e sfrangiato di palpiti per il sonetto Non t’amodi Pablo Neruda; un volo color papavero su un cielo fiordaliso per Gabbiani, di Vincenzo Cardarelli; una deflagrazione lattiginosa brillante, diafana e avvolgente, che si espande a penetrare il buio assoluto per M’illumino di immenso di Giuseppe Ungaretti; un arcobaleno odoroso, fragrante di riverberi pastello per i versi Sufi La Rosa di Hafez, ritratta in pochi petali di un candore vittorioso, sbocciato dal nero più denso; un groviglio inestricabile della follia che l’ha resa vulnerabile, vittima e guerriera,  vela il volto di Alda Merini: l’intrico che porta sulla sua pelle è corpo linguistico delle parole aforismatiche con cui la poeta stessa si era definita: sono una piccola ape, mi piace cambiare colore. Uno specchio montato all’interno dell’opera deforma quel che vi si riflette, poiché alla poesia non si può chiedere la registrazione, il rispecchiamento dei fatti. Altre volte Emanuela utilizza lo specchio in modo anticonvenzionale, o volutamente illusoria. Ne La bellezza per esempio, opera calligrafica che contiene il testo sulla bellezza di Khalil Gibran, tra i volti come apparsi in sogno in un fondo placentare scurissimo di Maryln e Michael Jackson, affiora una superficie geometrica argentea in tutto simile a uno specchio, però non è riflettente, alludendo all’invisibilità della bellezza autentica, alla sua dimensione interiore, “immagine da vedere a occhi chiusi” come scrive lo stesso Gibran. Né arcaica né moderna, né paleolitica né contemporanea, ma eterna è la Venere di Willendorf, statutetta di circa 26 mila anni fa rinvenuta in Austria, restituitaci pittoricamente dall’artista. I suoi seni gonfi di nutrimento, le sue natiche, i fianchi possenti, il ventre debordante, concorrono con tutta la predominanza di quei pieni sul vuoto intorno a lei, a formare la sagoma di un uovo, promessa di schiusa, di vita, di rinnovamento, di volo. Gli uccelli erano ponte tra la dimensione celeste e quella terrestre, messaggeri alati, archetipi degli angeli covati da una donna, da una dea, da una Venere che, si credeva, generasse vita da sé, dentro di sé. E così da sé si scrive in questa immagine irradiante luce ambrata, calda, a ricordarci che se patria deriva da pater, la lingua come la terra ci è madre.

Cristina Muccioli

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“La rappresentazione di volti e corpi è preminente nell’arte del novecento, anche nelle fasi più apparentemente astratte informali, il richiamo del corpo umano è un dato quasi ineliminabile, e ora i volti sono i protagonisti della mostra-impensabile  fino a qualche anno fa, per la prima parte del suo titolo “L’anima e il volto”. Le cinque pittrici di Artemisia sono in questa lunghezza d’onda, i volti e i corpi predominano. Si collegano con l’arte del novecento, perchè le pittrici di Artemisia hanno coraggio di tener conto della tradizione.Richiami all’espressionismo fauve per la deformazione e per l’ antinaturalismo del colore, richiami anche ad un certo simbolismo. Al tempo stesso le pittrici sono autonome, Hanno saputo creare uno stile che le distingue e, al tempo stesso, si collega a quello delle altre. Era un operazione quasi impossibile. La loro ricerca si individua in due direzioni: verso la ricerca dell’anima dell’interiorità della figura, del volto oppure verso uno stilismo esasperato, verso la definizione sempre più attenta dei valori formali. Hanno percorso un lungo cammino, proseguiranno con rinnovato impegno, con concretezza, in una prospettiva sempre più essenziale.”

Stefano Fugazza

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2001 Artemisia e Stefano Fugazza
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“Affiancando continuamente la loro tecnica e il loro sguardo , ciascuna a modo suo, Pea Trolli, Emanuela Volpe , Francesca Bruni, Renata Ferrari e Rita Carelli Feri provocano una dialettica sottile  convincente di originalità e re-interpretazione che rende l’approccio del loro lavoro molto più problematico, il contatto più affascinante , l’indagine più ricca di sfondi possibili”.

Martina Corgnati

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Artemisia. Se ci si sofferma a considerare questo nome in un modo o nell’altro si viene riportati all’arte. Il primo riferimento è quello  alla regina di Alicarnasso ( morì nel 350 a.C.) moglie del re Mausolo, alla memoria del quale innalzò il famoso Mausoleo che era una delle sette meraviglie del mondo. Una grande committente d’arte.

 

Ma il pensiero di tutti corre forse ad Artemisia Gentileschi (1593 – 1652), figlia e allieva di Orazio Gentileschi, una pittrice di solida formazione tecnica e  di grande capacità espressiva. Mi sono chiesta perché il padre le abbia dato questo nome e non credo che la scelta sia stata casuale, penso invece ad una possibile interpretazione etimologica di una parola che contiene il termine arte ed un suffisso che mi piace pensare derivante da mitto -misi -missum -mittere: inviare, mandare in dono.

Le due donne citate, in modi diversi, ci hanno fatto dono dell’arte.

Appare dunque particolarmente indovinata la scelta di riunirsi sotto un nome così augurale senza contare che a questo si aggiunge un’ ulteriore connotazione e cioè quella di un’arte al femminile.

L’arte è sempre stata femminile, fin dall’antichità: erano le Muse a personificare la musica, la danza, la poesia, la pittura, la scultura, l’architettura. Ma la sua produzione è stata quasi sempre in mani  maschili: solo all’uomo erano dati la cultura e il ruolo sociale che gli consentivano di esprimersi anche a livello artistico.

Il mettersi insieme in questo gruppo è dunque l’affermazione di un nuovo ruolo, sia culturale sia sociale, che lascia spazio all’espressione e alla produzione artistica femminile.

Il gruppo nasce forse per caso: una formazione culturale e una passione in comune, un maestro come Lomanto che diventa punto di riferimento e che offre il  suo studio come luogo d’incontro e di dibattito. La necessità di non  isolarsi, ma confrontarsi continuamente, la disponibilità all’apprendimento, la capacità di mettersi in discussione, sono una spinta a lavorare in funzione di una continua crescita e di un continuo superamento dei traguardi raggiunti.

Luisa Erba 

1993 pavia broletto
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La figura di Artemisia, in nome di tutto ciò che riesce ancora a suggerire, è stata scelta da cinque donne pittrici come nome tutelare di un cammino professionale, ma anche umano, legato all’arte: unite da un’analoga formazione culturale e da analoghi profili di ricerca, dal 1992 hanno costituito un sodalizio umano e lavorativo che fa da substrato comune alle loro personalità artistiche, senza annullare ogni singola specificità.

In cammino su percorsi professionali ed esistenziali differenti, hanno scelto di lavorare insieme, e non solo di collaborare, pensando che la dialettica costante su tematiche comuni potesse essere foriera di stimoli di ricerca e potenzialità di crescita. 

Francesca Bruni, Pea Trolli, Renata Ferrari, Emanuela Volpe e Rita Carelli Feri, non sono state compagne di studi né tanto meno di giochi: l’ambiente scolastico e quello umano che le ha cresciute non ha fatto da terreno comune.

Il loro incontro avviene nell’atelier di un pittore milanese, Luigi Lomanto, che ognuna di loro ha scelto come palestra di perfezionamento dopo un denso percorso di studi iniziato al liceo artistico e concluso all’accademia o all’università.

Sarà il lavoro maieutico del maestro, la disponibilità del suo spazio, la forza del suo insegnamento collegiale a dare corso a una prospettiva di lavoro collettivo.
Tutto ciò è rimasto come cifra identificativa dei percorsi di ricerca del gruppo, che nascono da una chiara riconoscibile matrice comune per declinarsi, però, in cinque differenti percorsi creativi.
“Al centro della ricerca c’è la figura e il suo universo”, “con una pittura timbrica fatta di linee marcate e vigorose e di colori spesso anti-naturalistici che riesce a rappresentare un’umanità sofisticata e rarefatta.”

Emanuela Bonadeo

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Il Gruppo Artemisia è formato da cinque artiste: Francesca Bruni, Renata Ferrari, Rita Carelli Feri, Pea Trolli ed Emanuela Volpe sono da anni unite nell’obiettivo di presentare al pubblico i loro lavori in esposizioni che hanno nel tempo affrontato temi e prospettive poetiche diverse.

Il gruppo è nato nel 1992 e ha avuto come punto di partenza il riferimento a un maestro: è infatti nello studio di Luigi Lomanto che le cinque pittrici si sono incontrate ed è quindi da un terreno comune, quello stabilito dal rapporto con un artista-insegnante, ma anche e soprattutto con una personalità dalla consolidata maturità artistica con la quale confrontarsi, che è iniziata la frequentazione delle nostre autrici e la successiva decisione di formare un gruppo.

Gruppo particolare e da intendere in senso attuale e moderno: in esso, infatti, non è rappresentata una tendenza precisa e unica, ma piuttosto la convergenza, variegata da interpretazioni differenti, attorno a interessi artistici simili.

Così è infatti per l’attenzione verso il tema della figura, dalle cinque autrici indagato in svariate e molteplici possibilità espressive; da questo soggetto, amato e praticato da tutte, discende poi la pratica costante e approfondita della “copia”, o meglio dell’ispirazione, dal modello vivente, che offre alle pittrici l’opportunità di un confronto costante e di un dialogo continuo.

AI di là della radice comune, molte sono poi le differenze, che evidenziano nelle cinque artiste cinque visioni dell’arte ben definite e originali, generate da cinque diversi percorsi espressivi, autonomi e individuali.

Le esposizioni del gruppo, proprio per il lavoro e le esperienze comuni che stanno dietro di esse, non sono quindi semplici collettive, nelle quali mettere un quadro accanto all’altro cercando combinazioni e raccordi possibili; prima di ogni mostra vi è infatti lavoro, discussione e soprattutto elaborazione di idee, che nascono dal gruppo nel suo insieme, per articolarsi successivamente in risultati creativi diversi, generati dal mondo poetico e dalle modalità formali scelte in modo personale e originale da ciascuna delle cinque pittrici di Artemisia.

Francesca Pensa

2009 02 22 villa ghilanda 3315
La mostra presso Villa Ghirlanda - Cinisello Balsamo